Team Jayco AlUla, Alessandro De Marchi dalla bici all’ammiraglia: “Dopo il primo giorno sono tornato in hotel e mi sono detto di aver fatto la scelta giusta’
La nuova veste di Alessandro De Marchi come direttore sportivo del Team Jayco AlUla. Il 40enne friulano ha chiuso la sua carriera da ciclista professionista alla fine della scorsa stagione, in occasione della Veneto Classic 2025, vestendo i colori della formazione australiana con cui ha corso gli ultimi tre anni della sua brillante carriera. Ben 15 anni da professionista, nei quali è riuscito a ottenere sette successi (tre tappe alla Vuelta a España, una al Delfinato, una al Tour of the Alps, un Giro dell’Emilia e una Tre Valli Varesine), accumulando al tempo stesso esperienza preziosa. Un bagaglio che, a partire da quest’anno, trasmette dall’ammiraglia ai “suoi” corridori. Il Rosso di Buja ha infatti fatto il suo debutto come direttore sportivo del Team Jayco AlUla in Arabia Saudita a fine gennaio, per poi partecipare a diverse corse in Italia, tra cui Strade Bianche e Tirreno-Adriatico.
“Dopo aver concluso la prima tappa dell’AlUla Tour, sono tornato in hotel e mi sono detto: ‘Hai fatto la scelta giusta’. Non vedevo l’ora di salire in ammiraglia il giorno dopo”, ha raccontato De Marchi, spiegando poi come il vero “grande banco di prova” sia stata la Tirreno-Adriatico, la sua prima corsa a tappe WorldTour nelle vesti di direttore sportivo. “Sei in corsa per aiutarli fornendo quante più informazioni possibili Dopotutto, dall’ammiraglia non puoi fare molto e, proprio per questo, anche quel poco deve essere tempestivo e super preciso. Non puoi permetterti di dare informazioni imprecise o incomplete”, ha spiegato il friulano mostrando grande dedizione e passione per il suo nuovo ruolo.
L’importanza che dà al suo incarico emerge dall’attenzione verso ogni dettaglio. De Marchi sta infatti perfezionando anche la guida, un aspetto fondamentale per un DS. “Sto imparando che bisogna essere rilassati e sicuri alla guida, altrimenti si rischia di far male a qualcuno”, ha ammesso il classe 1986, che poi ha aggiunto: “Quando senti un clacson, sai che sta succedendo qualcosa dietro di te. Magari sta arrivando un corridore o una macchina vuole superarti; quello è il momento più complicato. Rispetto alla mia generazione, i corridori più giovani sono un po’ più indisciplinati; a volte si muovono nel gruppo in modo diverso da come ti aspetti. Bisogna fare molta attenzione.”
Il 40enne ha raccontato di dedicarsi completamente al suo ruolo, cercando di curare sia la parte tecnica, dall’analisi dei percorsi alla gestione dei rifornimenti, sia quella umana, mantenendo uno confronto continuo con i corridori. “Di solito i direttori sportivi preparano la corsa nel pomeriggio (del giorno prima) e inviano la presentazione ai corridori per eventuali commenti. Il tempo è davvero limitato, quindi è fondamentale preparare la corsa quando si è a casa. Bisogna studiare ogni percorso nel dettaglio, la squadra utilizza una app chiamata VeloViewer, per conoscerlo a memoria. In alcuni casi si va a fare ricognizione nei punti che sembrano più complicati, e poi bisogna tenere conto del vento, del meteo e del tipo di strada”.
Fedele ai principi cardine del team, dà un’importanza particolare al rapporto tra direttore sportivo e corridore. “Non c’è molto tempo libero e voglio usare il poco tempo che ho per parlare con tutta la squadra, a partire dai corridori. Mi piace parlare con gli atleti nei giorni precedenti alla corsa e poi passare ogni sera nelle loro camere per scambiare impressioni sulla giornata e discutere gli obiettivi per il giorno successivo”, ha spiegato il Rosso di Buja.
“Quello che ho imparato dalla mia esperienza è che a volte basta parlare e confrontarsi per risolvere molti problemi e permettere al corridore di esprimersi al meglio”, ha ammesso De Marchi, che ha raccontato di far spesso prevalere l’empatia e l’aspetto umano: “Quando vedo un corridore in difficoltà ripenso a quando ero io in difficoltà e di solito lo aiuto anche se non dovrei. I direttori sportivi di solito si aiutano tra loro, anche se ci sono momenti in cui prevale la foga agonistica e c’è un po’ di battaglia tra le macchine”.
Infine, con ottimismo, conclude: “Per me è come ripartire da zero. Mi ricorda il mio primo anno da professionista, quando non avevo aspettative precise, ma ero pronto a vivere ogni corsa come un’occasione per imparare il più possibile”.
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